Le difficoltà della canapa industriale in Sardegna. E in Italia?

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Dopo 2 anni terribili e con un 2022 che non sembra essere partito con i migliori auspici, ecco che arriva la riprova che la crisi economica ha colpito anche il settore della canapa industriale.

Come racconta L’Unione Sarda in un articolo del Giugno di quest’anno, da uno studio del Centro Studi Agricoli risulta che le coltivazioni di canapa industriale in Sardegna siano precipitate: da circa 1300 ettari del 2021 a meno di 200 quest’anno.

Un crollo verticale solo parzialmente giustificabile dal boom di offerta di canapa sativa rispetto ad un mercato, soprattutto nazionale, ancora piuttosto di nicchia. Le problematiche delle aziende, infatti, sono svariate; dal mercato ancora in evoluzione alle difficoltà di accesso al credito, alle condizioni atmosferiche al quadro normativo.

Risulta essere quest’ultimo, infatti, la Spada di Damocle pendente sulle aziende di canapai sardi ed italiani: la normativa è infatti incompleta e a tratti discordante, un’autentica zona di penombra dove gli operatori del settore vanno ad operare con il terrore di vedersi sequestrate le piantagioni magari per un’interpretazione erronea del burocrate di turno.

Le direttive recenti (2016) collidono in parte con la legge antidroga del 1990, nonostante si elenchino le specie coltivabili, la quantità di THC ammissibile e le parti atte ad essere commerciate liberamente, rendendo ad esempio le infiorenscenze legali o no a seconda dell’interpretazione delle leggi in oggetto, causando disavventure ai coltivatori in regola.

A ciò si aggiunge l’opposizione del Governo Draghi alla legge regionale sarda n.6 di quest’anno che aveva provato a mettere un po’ d’ordine nonostante le limitazioni costituzionali intrinseche.

Certamente gli Enti Locali saranno in grado di presentare proposte legislative, stavolta conformi a tutti i livelli di legge, in grado di permettere lo sviluppo della coltivazione e del mercato della canapa industriale, sia in Sardegna che nel resto della Penisola, in attesa che il governo centrale dirima finalmente le incongruenze legislative ancora presenti.

E nel resto d’Italia la situazione com’è?
Quali difficoltà hanno i coltivatori e le aziende del settore della canapa industriale?

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Racconteremo le Vostre storie con un link al Vostro sito web…

Canapa industriale: il Governo Draghi impugna la legge regionale sarda.

Canapa Legislazione

Con un comunicato stampa il Consiglio dei Ministri ha comunicato che impugnerà, tra le altre, anche la legge della Regione Sardegna n.6 dell’11/4/2022 per il “sostegno promozione della coltivazione e della filiera della canapa industriale”. Approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale sardo, la legge, secondo Palazzo Chigi, non specifica la copertura finanziaria, che sarebbe a carico della Regione, e secondo il Ministero della Salute eccederebbe nelle competenze regionale in materia di tutela della salute e di ordine pubblico, violando quindi gli articoli 81 e 117 della Costituzione.

La canapa è il futuro delle batterie.

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Chiunque abbia avuto per le mani una banconota da Diecimila Lire conoscerà il volto stampato sul recto della stessa: è quello di Alessandro Volta, l’inventore della pila elettrica. Correva l’anno 1800.

Da allora sono stati fatti passi da gigante e le strumentazioni elettriche sono oggigiorno presenti ovunque. Talmente diffuse che oramai è necessario avere a disposizione un punto per ricaricarle ed allorquando non ci sia la possibilità di collegarsi direttamente alla rete elettrica si richiede un dispositivo portatile in grado di alimentarle: una batteria.

Nel corso dei decenni numerose tipologie di pile e batterie sono state immesse sul mercato: dalla fine del XX Secolo a fare la parte del leone in questo campo sono state le batterie a ioni di Litio, in grado di alimentare con ottimi risultati tutti i dispositivi, soprattutto informatici, presenti sul mercato.

Con lo sviluppo nel 1997 di auto elettriche e/o ibride di nuova concezione (le prime, seppur diverse, risalgono addirittura alla fine dell’Ottocento) tali batterie sono state utilizzate anche nel campo dell’ingegneria automobilistica, modificando la concezione stessa di veicolo a motore, tanto che alcune previsioni stimano che entro il 2025 almeno il 15% delle immatricolazioni di auto nuove in tutto il mondo riguarderà auto elettriche. Tutte queste vetture, però, necessiteranno di batterie al Litio per poter funzionare, le quali contengono mediamente tra i 20 e i 30 kg di carbonato di Litio: parliamo quindi di una quantità inaudita di materiale.

Dove trovarlo? In uno dei posti più aridi e inospitali della Terra: il deserto di Atacama, in Sudamerica. Questo vasto territorio diviso tra Cile, Bolivia e Argentina possiede il più vasto giacimento di Litio del mondo, nel lago salato Salar de Atacama. Le principali aziende multinazionali del Litio hanno già puntato sul suo sfruttamento intensivo, dato che risulterebbe contenere quasi 1/3 delle riserve mondiali di questo materiale.

Tuttavia le conseguenze ambientali e sociali potrebbero essere disastrose: per ottenere il Litio è necessario pompare l’acqua del lago e farla evaporare in enormi bacini artificiali per almeno 5 mesi per poter ottenere un liquido viscoso al 6% di Litio. Il concentrato così ottenuto andrebbe poi trasportato con enormi autobotti in complessi industriali per ottenere il carbonato di Litio.

Un processo siffatto è già di per sé estremamente impattante e triplicarlo come da progetti significherebbe la distruzione del delicato ecosistema del Salar, in quanto la produzione di carbonato di Litio richiede quantità immense d’acqua: qualcosa come l’equivalente di 7 piscine olimpiche al giorno.

Le popolazioni autoctone si sono rapidamente mosse per cercare di impedire uno sfruttamento così sconsiderato e il tribunale dell’ambiente cileno ha stabilito che i piani di conformità presentate dalla SQM, società seconda produttrice mondiale di Litio, erano del tutto insufficienti. In altre parole, la SQM non poteva dimostrare con i suoi studi di essere in grado di contenere o ridurre gli effetti negativi della propria attività estrattiva nei confronti dell’ambiente e delle popolazioni ivi residenti. Un prima vittoria che non mette al sicuro da sicuri ritorni di fiamma da parte delle multinazionali.

Come poter ovviare, allora, alle necessità energetiche delle popolazioni umane con gli equilibri ambientali del pianeta Terra? Utilizzando un materiale noto all’umanità da più di 10000 anni: la canapa.

Sembra un’assurdità ma studi svolti nel 2014 dal professor David Mitlin dell’Università dell’Alberta, in Canada, hanno evidenziato che i supercondensatori con elettrodi realizzati con nanofogli di carbonio a base di canapa superino di quasi il 200% i supercondensatori standard.
Il grafene, un nanomateriale di carbonio, è considerato uno dei migliori materiali per gli elettrodi dei supercondensatori. Questo grafene, tuttavia, è estremamente costoso da produrre, ben 2.000 dollari al grammo. Alla ricerca di una soluzione più economica, i ricercatori canadesi hanno sviluppato un processo per la conversione dei rifiuti di canapa fibrosa in un nanomateriale unico simile al grafene ma che supera le prestazioni di quest’ultimo, con costi di produzione che si attesterebbero a meno di 500 dollari per tonnellata.

La biomassa, che contiene principalmente sottoprodotti della cellulosa e della lignina, è ampiamente utilizzata come materia prima per la produzione di carboni attivi. Mitlin e la sua squadra hanno deciso di testare la struttura cellulare unica della fibra di canapa bastone per vedere se è in grado di produrre nanofogli di carbonio simili al grafene.

I rifiuti di fibra di canapa sono stati cotti a pressione a 180° C per 24 ore. Il materiale carbonizzato risultante è stato trattato con idrossido di potassio e poi riscaldato a temperature fino a 800° C, con conseguente formazione di nanofogli dalla struttura unica. La prova cui è stato sottoposto questo materiale ha rivelato che esso è in grado di erogare 49 kW di potenza per ogni kg di materiale, quasi il triplo di quello che gli elettrodi commerciali standard forniscono, ovvero 17 kW/kg.

I risultati di questa ricerca presentano la canapa come la base per una facile produzione su larga scala di carboni ad alte prestazioni per una notevole varietà di applicazioni diverse, tra cui l’immagazzinamento di energia, l’elettronica portatile, le fonti di alimentazione ininterrotta, eccetera. Certo, saranno necessari ulteriori accorgimenti per riuscire ad ottenere un accumulo dell’energia almeno equivalente alle batterie già presenti sul mercato, in quanto questi supercondensatori sono sì in grado di accumulare e rilasciare rapidamente energia (utilissimo nelle moderne auto elettriche) ma peccano in capacità.

Si tratterebbe comunque di un piccolo neo in confronto alla prospettiva di produzione con un costo ma soprattutto un impatto ambientale molto più basso rispetto a quelli odierni, approfittando anche del fatto che si utilizzerebbe lo scarto di un vegetale, aggiungendo a questi risvolti positivi anche un problema di smaltimento in meno.

Foto: Tim Reckmann | Some rights reserved


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La canapa come antidoto all’austerità

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Oramai tutti sanno cosa sta succedendo nella zona orientale dell’Europa e noi non ci azzarderemo ad impelagarci in analisi belliche e geopolitiche che non ci competono e che creano solo divisioni tra le persone.

Tuttavia è opportuno e doveroso soffermarsi su una conseguenza, peraltro ovvia, della questione: la possibilità o meno che alcuni beni o materie prime d’importazione possano ridursi o venir meno.

Molti mezzi d’informazione hanno cominciato a battere sul tasto del terrore, lanciando allarmi dal fondamento opinabile e gettando nel panico le menti maggiormente impressionabili.

Un osservatore attento non potrà che accorgersi che i problemi, o presunti tali, che emergono da questa sgradevole situazione, hanno però una origine piuttosto datata: chi ha buona memoria, ricorderà che la nostra agricoltura era fiorente e riusciva a fornire una enorme quantità di prodotti oggi oggetto del contendere, come semi di girasole, frumento, cereali e prodotti base per il mangime animale. Si era lontani dall’autosufficienza ma una buona percentuale del fabbisogno del nostro Paese era disponibile all’interno dei confini nazionali.

Poi vennero la globalizzazione, il mercato comune europeo con le sue quote di produzione nazionale (ricordate le famose “quote latte”?) e sia l’agricoltura che l’allevamento italiano divennero dalla sera alla mattina non più convenienti, aprendo la strada a fallimenti di aziende e a prodotti d’importazione dalla qualità spesso opaca.

Tra tutte le soluzioni, spesso fantasiose se non propagandistiche, ce ne sarebbe anche una ben taciuta da molti: quella di ricorrere alla canapa industriale.

Come oramai sanno gli habitués della nostra pagina, la canapa industriale ha un’infinità di utilizzi e farebbe molto comodo ai cittadini, siano essi agricoltori, allevatori o titolari id aziende di trasformazione, poter usufruire di una potenza naturale così facile da coltivare e trasformare: l’agricoltura avrebbe a disposizione un super food di grande qualità, gli allevatori dei mangimi a basso costo e le aziende di trasformazione potrebbero sbizzarrirsi a trasformare ogni parte della pianta della canapa in quasi qualunque prodotto, persino carburante.
Sì, perché la canapa industriale può essere utilizzata come base per la produzione di biocarburanti, e se c’era riuscito Henry Ford negli anni ’30, non si capisce perché non dovremmo riuscirci noi nel 2022! Certo, riucire ad implementare le fonti rinnovabili sarebbe molto d’aiuto, ma questi processi richiedono comunque decenni anche nei Paesi più virtuosi e non possono assolutamente essere d’aiuto nel breve periodo, con buona pace degli esperti da salotto televisivo o da carta stampata.

La canapa industriale sarebbe la panacea di tutti i nostri mali? Assolutamente no, ma aiuterebbe, come aiuterebbe molto cestinare 30 anni di politiche agricole sconsiderate e di danneggiamento continuo e quasi irreparabile della zootecnia nazionale e delle piccole e medie imprese.

Insomma, mentre personaggi dell’arco parlamentare riescono solo a parlare di austerità e di desideri bellici (qualcuno gli ricordi il nostro Testo Costituzionale e la catastrofe dell’Armir), le soluzioni di buon senso ci sarebbero. Forse non porterebbero prebende nelle tasche dei soliti noti, indubbiamente, ma aiuterebbero molto il cittadino, che sembra proprio essere l’unico che alla fine pagherà il conto di questa ennesima follia internazionale.

Pootzyo | Marijuana light – Canapa legale – Trova prodotti e confronta i prezzi

Cos’è Pootzyo?
Pootzyo è un comparatore di prezzi per i prodotti a base di canapa industriale, cannabis light, erba legale.

Com’è nata l’idea?
L’idea è dare visibilità alle realtà italiane della filiera della canapa industriale con una piattaforma dedicata, dove ognuno di loro possa mettere in mostra i propri prodotti e venderli direttamente ed agevolare anche il consumatore finale creando un sistema di comparazione di prezzi, in modo da fargli scegliere il prodotto più conveniente.

A chi è rivolto?
E’ un servizio rivolto soprattutto ai piccoli produttori italiani.

Perché questa fetta di clientela?
Abbiamo scelto di rivolgerci alla vastissima platea di piccoli produttori italiani di canapa e prodotti derivati in quanto sono loro la base di tutto il mercato e proprio per questo hanno gli stessi problemi delle aziende classiche del settore primario, senza contare le altre aziende che producono oggetti derivanti dalla canapa industriale.

Quali sono i problemi dei coltivatori italiani?
I produttori di canapa industriale sono essenzialmente aziende o cooperative agricole come tutte le altre, con gli stessi problemi, il più grande è il rapporto con il mercato: il loro prodotto, infatti, è acquistato da altre aziende venditrici a prezzo molto basso e rivenduto con un prezzo maggiorato, lasciando i produttori diretti con pochissimo margine di guadagno e alla mercé del mercato. Nella ricerca in Rete abbiamo trovato un’infinità di aziende che producono canapa ma pochissimi hanno un negozio online, pochi hanno un sito internet dedicato e alcuni hanno soltanto una pagina Facebook. Tra l’altro molti di questi siti si trovano oltre la terza pagina nei motori di ricerca e qualsiasi esperto del settore vi confermerà che, posizionato così, un sito è come se non esistesse.

Una piattaforma di vendita per le piccole aziende?
Pootzyo fa esclusivamente da tramite. Una volta scelto il prodotto, il cliente viene reindirizzato direttamente sul sito del produttore, così da avere un contatto diretto per quanto riguarda tutti i dettagli dell’acquisto.

E per le aziende che non hanno un proprio sito internet?
Consigliamo loro di crearne uno. Si tratta di un investimento molto a buon mercato e i bravi professionisti li conosciamo noi.

E l’investimento con Pootzyo è a buon mercato?
Essendo il piccolo produttore il nostro riferimento, abbiamo deciso di essere ampiamente alla sua portata e, soprattutto, legati esclusivamente al numero delle vendite: il modo migliore per invogliare le aziende ad utilizzare il nostro spazio è rapportare tutto alla possibilità di vendere un prodotto: percentuale sulla vendita, nessun esborso fisso.


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Referendum sulla cannabis legale

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Come tutti i nostri lettori sanno, il giorno 15 Febbraio la Corte Costituzionale si esprimerà sull’ammissibilità del referendum sulla legalizzazione della cannabis.

Indipendentemente da come la si possa pensare, questo è senza dubbio un passo importante per il Paese, chiamato finalmente a decidere su un argomento storicamente spinoso e spesso raccontato farcendo il tutto con luoghi comuni quando non con vere e proprie bugie.

Certamente le oltre 600000 firme raccolte in poco tempo e, spesso, tra i tentativi di boicottaggio di chi deplora le consultazioni popolari, hanno fatto sì che questo argomento tabù si palesasse all’opinione pubblica.

Ora, le toghe del Palazzo della Consulta, hanno un importante compito, ossia quello di valutare se il referendum, giusto o meno che sia, s’abbia da fare.
Noi riteniamo di sì (ma siamo in conflitto d’interesse e ce ne scusiamo), se non altro perché, finalmente, oltre ad un parere pro o contro si avrà, causa campagna referendaria, un inevitabile palcoscenico di informazione, speriamo con un minimo di equilibrio, che avrà l’improbo compito di spiegare ai cittadini votanti le ragioni delle due parti.

Ci auguriamo che si possa procedere nel modo migliore e che la consultazione popolare possa finalmente svolgersi, in un Paese che sembra assuefatto alle decisioni calate dall’alto dal Leviatano di turno.


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L’inquinamento da plastica e la sua soluzione: la bioplastica di canapa.

plastica di canapa

Nell’Italia degli anni ’60 la plastica era sinonimo di progresso e la sua diffusione procedette rapidamente fino ai livelli odierni. Tuttavia, molto è cambiato: un uso eccessivo ed incontrollato della plastica ha difatti contribuito ad aumentare enormemente i livelli di inquinamento planetari, rimettendo in discussione tutto ciò che ha a che fare con lo sviluppo e l’industrializzazione. La plastica è divenuta nel giro di 60 anni, da aiuto imprescindibile delle massaie a nemico pubblico numero uno del mondo intero.

Ma che cos’è la plastica? Essa è un derivato del petrolio che con il tempo ha dato vita ad una miriade di varietà, utilizzata in innumerevoli processi industriali e praticamente in ogni oggetto della vita quotidiana.

La sua produzione e lavorazione è estremamente inquinante, a partire dall’estrazione della materia prima, il petrolio appunto, fino al suo smaltimento, caratteristiche poco lusinghiere che hanno fatto emergere un serio dibattito internazionale su quale debba essere il suo destino. Negli ultimi decenni, numerose situazioni al limite della catastrofe hanno spinto la Comunità Internazionale a mettere seriamente in discussione l’uso di questo derivato del petrolio: dalle isole di rifiuti galleggianti negli oceani, composte quasi esclusivamente da plastica, la più conosciuta è il Pacific Trash Vortex nell’Oceano Pacifico, ai livelli agghiaccianti di inquinamento di alcuni grandi fiumi, come il Gange o il Fiume Azzurro, fino alle sterminate discariche site in Paesi del III Mondo.

Il divieto delle plastiche monouso 2021

Per cercare di cominciare ad arginare i danni che l’abbandono delle plastiche nell’ambiente sommato ad un utilizzo poco attento delle stesse, molti Paesi hanno approntato una serie di limitazioni alla produzione ed all’uso delle plastiche. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il Parlamento Europeo, con un comunicato stampa del 27/3/2019, ha disposto il divieto di utilizzo delle plastiche monouso a partire dal 2021. Tra i prodotti interessati al divieto di produzione e vendita troviamo: posate monouso in plastica (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), piastre in plastica monouso, cannucce in plastica, germogli di cotone in plastica, aste di supporto per palloncini, prodotti realizzati con materiali oxo degradabili come sacchetti o imballaggi e contenitori per fast food in polistirolo espanso.

Inoltre gli Stati membri dovranno raccogliere separatamente il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029. Sono stati altresì fissati obiettivi vincolanti del 25% entro il 2025 e del 30% entro il 2030 per il contenuto di plastica riciclata delle bottiglie.

Il principio “chi inquina paga”, in particolare per il tabacco, sarà rafforzato dall’introduzione di una responsabilità estesa del produttore (che impone agli stessi di contribuire a coprire i costi di gestione dei rifiuti, pulizia e sensibilizzazione). Tale regime si applicherà anche agli attrezzi da pesca per garantire che i produttori, e non i pescatori, sostengano i costi della raccolta delle reti perse in mare.
Infine, la legislazione prevederà l’etichettatura obbligatoria dell’impatto ambientale negativo dei mozziconi di sigarette scartati con filtri in plastica e altri prodotti come bicchieri di plastica, salviette umidificate e assorbenti igienici.

Secondo i promotori, questa legislazione dovrebbe ridurre il costo dei danni ambientali di 22 miliardi di euro. Questi sono i costi stimati dell’inquinamento da plastica in Europa fino al 2030. L’Europa dispone ora di un quadro giuridico da difendere e promuovere a livello internazionale, data la natura planetaria del problema dell’inquinamento da plastica marina.

La “bugia” delle “bio”-plastiche attuali (che non sono biodegradabili)

La ricerca per trovare surrogati della plastica di origine petrolifera è andata avanti e dagli anni ’80 in poi, molte soluzioni sono state proposte: dalle plastiche di origine vegetale (mais, grano, patate, grassi vegetali, eccetera), alle bioplastiche.

Già la definizione stessa di bioplastica è estremamente difforme e soggetta ad importanti differenze: per European Bioplastics è una plastica che PUÒ essere biodegradabile, a base biologica o possedere entrambe le caratteristiche mentre per Assobioplastiche è una plastica sia di origine vegetale che FOSSILE che ha la caratteristica di essere biodegradabile e compostabile.

A ciò si aggiunge una legiferazione assente o manchevole che non aiuta nello stabilire cosa può essere definito biodegradabile e cosa no. Per assurdo, anche il concetto stesso di biodegradabilità è giuridicamente poco chiaro, sebbene Madre Natura conosca perfettamente le il significato di questa parola: molte plastiche vengono considerate biodegradabili nonostante questa loro caratteristica si manifesti solo in determinate condizioni di temperatura e pressione non presenti in natura.

Molti test, difatti, vengono svolti in impianti di compostaggio industriale con temperature, umidità e areazione costante: ciò permette una degradazione rapida e a norma di legge, in sicurezza riguardo alle possibili interazioni transitorie con animali o altro, ma questi sono presupposti che non esistono né sul terreno, né tantomeno in acqua.

L’acqua, appunto, è un ambiente completamente diverso dal nostro: pressione e densità diverse ma soprattutto, assenza di aria. E questo non è da sottovalutare: i tempi e i modi di degradazione di una plastica, tradizionale o bio- che sia, in ambiente marino differisce per tempi e modalità, rendendo ancor più lungo il processo e complicato trovare una quadra.

Le bioplastiche, inoltre, possono avere base biologica ma la loro composizione può essere soltanto parzialmente originata da biomassa, mentre il resto sarebbe comunque di origine fossile, seppur in percentuali diverse da Paese a Paese. Senza inoltrarsi in dettagli tecnici molto complessi ed estremamente variabili per la continua ricerca, si può comunque dire che tra le innumerevoli tipologie di bioplastiche è necessario fare dei distinguo: alcune, di origine sia biologica che fossile (le cosiddette plastiche vegetali), non sono biodegradabili, altre di origine completamente fossile (con tutte le problematiche che ciò comporta) combinate con polimeri di origine biologica sono 100% biodegradabili, ma quasi tutte con tempi biblici, mentre bioplastiche a base biologica, come alcuni tipi di polimeri derivati dalla canapa, sono completamente biodegradabili, ma soltanto in appositi impianti di compostaggio.

Quest’ultimo dettaglio è molto importante: senza degli impianti all’uopo destinati, anche le poche plastiche biodegradabili e compostabili finiscono nel sistema di riciclo della plastica tradizionale, o peggio, in dannosi inceneritori. A titolo esemplificativo, i sacchetti compostabili sono sufficientemente sottili da poter essere utilizzati anche in piccoli impianti di compostaggio casalinghi ma altri prodotti, no: si pensi a piatti o posate in bioplastica che risultano essere troppo grandi e con tempi di degradazione troppo lunghi in ambienti non controllati.

Anche produrre le bioplastiche risulta essere un notevole impegno economico, senza dimenticare che utilizzare terreni per produrre la parte vegetale da utilizzare nella produzione toglierebbe spazio al già disastrato comparto agricolo, senza contare l’uso di pesticidi e sostanze chimiche che vengono utilizzate, rendendo il tutto una sterilizzante coltura intensiva.

Le vere bioplastiche fatte di canapa

Tra tutte le possibili soluzioni del problema plastica una sembra essere particolarmente interessante, ed è l’utilizzo degli scarti della canapa industriale per produrre plastiche completamente biodegradabili. La canapa industriale, difatti, è quella che offre le migliori garanzie di resa e di utilizzo: può essere coltivata ovunque ci sia acqua, ne consuma molto poca, non necessita di sostanze chimiche che ne favoriscano la crescita, arricchisce il terreno e già adesso i suoi scarti di lavorazione sono la base per un polimero di bioplastica completamente biodegradabile, prodotto in Italia con brevetto assolutamente italiano, utilizzato nelle stampanti 3D ma pronto per essere il protagonista in molti altri ambiti. Esso è molto simile all’acido polialttico (PLA) che è un polimero sintetizzato da basi naturali (mais, patate, grano) utilizzato per piatti e posate monouso in plastica.

Sembrerebbe proprio che in casa nostra si sia riusciti a trovare la chiave di volta per proporre una valida alternativa alla plastica di origine petrolifera realizzando, al contempo, una economia circolare virtuosa vera e propria, che aiuterebbe tutti i comparti produttivi del Paese e proponendosi in maniera dirompente anche nel mercato planetario: ma c’è un però.

Un però che ha un peso specifico tutt’altro che indifferente: mancano gli impianti di trasformazione. Ogni materia prima per essere trasformata in qualcos’altro necessita di procedimenti specifici svolti in particolari impianti, e la canapa non fa eccezione: in Italia questi impianti sono pochissimi e non potrebbero garantire, da soli, la quantità di prodotto necessario ad esser poi utilizzato negli ambiti più svariati, al contrario di adesso, dove la canapa industriale e i suoi derivati sono praticamente prodotti di nicchia.

In un Paese storicamente manifatturiero come l’Italia, risulta quindi fondamentale avere a disposizione tutti gli strumenti e le infrastrutture indispensabili per la lavorazione della materia prima ma, tra tutti i vari ostacoli, siano essi normativi, logistici ed amministrativi, quello più insormontabile è quello economico: un impianto di trasformazione per la plastica di canapa può venire a costare anche 50 milioni di euro. Una cifra davvero notevole e difficilmente raggiungibile per un privato imprenditore, ma non per lo Stato, che potrebbe investire una cifra quasi irrisoria se paragonata ad un bilancio statale, ma che consentirebbe di far decollare un intero settore, con tutti i benefici in termini di resa economica, di posti di lavoro e di benessere diffuso. Una sfida importante che l’Italia ha tutte le carte in regola per vincere.

Considerazioni finali

Tuttavia senza una presa di coscienza che il paradigma economico e sociale debba essere radicalmente modificato, nessun problema troverà mai una efficace risoluzione. Innanzitutto il riciclo non è eterno: una bottiglia di plastica può essere riciclata un numero limitato di volte, ed ogni volta si perde parte della massa originaria, tale procedimento ha un suo costo economico e una sua difficoltà logistica di realizzazione. La tentazione di gettare tutto dentro un inceneritore diventa molto forte e i danni alla salute sono notevolissimi.

Da profani forse la prima cosa da fare è limitare al necessario l’uso della plastica in generale, senza che questo significhi tornare al Pleistocene: molti altri materiali sono stati utilizzati nella Storia prima della plastica, a partire dall’inerte per eccellenza, il vetro.

Insomma, la guerra contro l’inquinamento da plastica, iniziata alcuni anni fa, è ben lungi dall’essere vinta, sebbene molti indizi sembrino indicarci la strada per la sua sconfitta definitiva.

[Foto: Ravi Khema | Some rights reserved]

Primo corso di coltivazione della canapa in Sicilia: com’è andata?

corso di canapa docente

Nella cornice del Casale Casba – Tenuta La Greca di Cammarata (AG), i nostri soci hanno avuto la possibilità di apprendere le nozioni necessarie per iniziare un’attività agricola centrata sulla canapa industriale, grazie alla competenza di Gian Maria Baldi che ha guidato i corsisti nell’intraprendere questo nuovo percorso. Fondamentali l’apporto di Mariano La Greca, padrone di casa, e di Rosanna Lumia, organizzatrice sempre attenta ad ogni dettaglio.

La full immersion svoltasi nei giorni 18, 19 e 20 Ottobre scorsi ha posto l’attenzione sugli aspetti essenziali in un’atmosfera di vero e proprio dibattito da ambo le parti, metodologia che ha riscontrato l’approvazione di tutti i partecipanti.

Ho trovato il corso base sulla canapa svolto da persone competenti nel settore, molto interessante, stimolante e coinvolgente. Credo in questo nuovo settore, pertanto spero di continuare questo percorso. – Salvatore Rinzivillo, Biologo, 62 anni, Gela.

Il primo giorno è stato quasi esclusivamente dedicato alla legislazione vigente in Italia, riscontrando grande interesse e molte domande da parte dei corsisti, inizialmente preoccupati dalle “lievi imprecisioni” propalate giornalmente dai mezzi di comunicazione di massa. Il secondo giorno si è passati all’agrotecnica ed alla coltivazione vera e propria, analizzando le diverse filiere produttive esistenti e concentrando l’attenzione sulla produzione del seme, data anche la vocazione cerealicola del territorio.

Durante le lezioni la didattica si è intersecata con le vicissitudini che hanno portato i corsisti ad intraprendere questa scelta imprenditoriale, favorendo la mescolanza delle diverse esperienze e competenze dei partecipanti, aggiungendo valore alla spiegazione chiara dei diversi ambiti e processi, dalla biologia del seme, all’uso e peculiarità delle diverse macchine agricole, le tecniche, le criticità.

Ho avuto il piacere di fare questo corso molto interessante su più fronti e sicuramente mi darà modo di iniziare ad intraprendere l’attività di imprenditore agricolo, un settore nuovo ma sicuramente gratificante – Gianluca Maniscalchi, 34 anni, libero professionista, Nichelino (TO).

Il corso è volto al termine in un clima di convivialità, proponendo, oltre una formazione specifica d’alta qualità, una visione agli imprenditori o aspiranti tali: essere parti integranti di un concetto di economia che promuove la cooperazione tra le parti, superando il concetto di concorrenza in favore di un sistema di produzione integrato e sostenibile, coordinato in un organismo che identifica il benessere economico con quello sociale ed ecologico.

Il corso base per la canapa industriale è stato molto utile per il cammino della mia azienda agricola. Mi sono ripromesso che farò tutti i corsi che Canapa Sociale ha in programma. – Vincenzo Sirchia, canapicoltore da 2 anni.


Gennaio 2020, secondo corso base in Sicilia e nuovi corsi base nel Lazio e in Puglia.

Canapa in Israele

Canapa in Israele

Nella terra che ha, con ogni probabilità, fatto da ponte alla canapa tra l’Oriente e l’Europa molti millenni fa, si assiste ad un ritorno sempre più prepotente di questa pianta in vari settori produttivi.

Dopo più di 70 anni dal suo rapido declino, lo Stato israeliano ha intenzione di investire parecchio in attività di produzione ed esportazione della canapa industriale di diventare, persino, un centro di eccellenza mondiale: esso è, infatti, un settore in notevole crescita e lo dimostra il fatto che Israele è il secondo concorrente nel mercato della cannabis per uso medico, dopo il Regno Unito.

Nella legislazione israeliana il tasso di THC non deve superare lo 0,2%, un limite, quindi, molto più severo rispetto ad altri Paesi, e rigidi controlli vengono attuati per far sì che questo limite venga rispettato.

Mentre molti aspetti di utilizzo della canapa industriale sono ancora in fase embrionale, il settore della cannabis medica è invece estremamente fiorente e le prime autorizzazioni risalgono agli anni ’90 del ‘900; numerose realtà industriali sono presenti in questo ambito, seppur soggette ad un rigidissimo controllo da parte delle Autorità per quanto riguarda ogni aspetto del mercato, dalla coltivazione, alla lavorazione, alla vendita su prescrizione medica, al prezzo, stabilito per legge.

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