I volti della canapa

Volti della canapa

Un viaggio italiano lungo anni. Un progetto che attraversa la penisola da nord a sud raccontando storie di uomini e donne che utilizzano la cannabis come terapia per mantenere o raggiungere un livello di vita qualitativamente dignitoso.

“I Volti della canapa” è il libro di Maria Novella De Luca, fotoreporter “emozionale” che per anni ha raccolto testimonianze e catturato sensazioni di chi ancora oggi lotta per il diritto alla cura.

Il volume, edito nel Maggio 2019 da Crowdbooks, è una dispensa di scatti che riflettono la quotidianità, accompagnati da parole di affetto e amicizia: sentimenti che, nel tempo, sono indissolubilmente maturati.

Con la prefazione di Marco Pinna – redattore e photoeditor del National Geographic Italia – e del Sen. Luigi Manconi, gli interventi di medici, farmacisti, specialisti e associazioni, il lettore viene introdotto dapprima nella realtà medico-scientifica, per poi scendere, accompagnato per mano, nella delicata sfera delle patologie e dei pazienti.

Un reportage dalle tinte umane e profonde, che coglie scorci di quotidianità nello sguardo di chi ha deciso di intraprendere un percorso complesso dettato dalla necessità di una migliore qualità di vita, contrapposto alle difficoltà di prescrizione, di costo e di reperimento dei medicinali a base di cannabis terapeutica.

Dall’irruzione della malattia, al miglioramento della qualità di vita, alle lotte per il diritto a stare meglio: Maria Novella parla per immagini e sensazioni, ripercorrendo le storie di Claudia, Andrea, Serena, Elisabetta e tanti altri che, grazie agli effetti farmacologici di una delle piante più discusse del secolo, riescono ad alleviare le sofferenze di gravi patologie.

L’uso medico della cannabis ha un effetto analgesico nel dolore cronico di natura neurologica o legato a diverse patologie come fibromialgia, sclerosi multipla, epilessia; aiuta nel glaucoma; lenisce le nausee causate da chemio o altre terapie.

Purtroppo, però, sono ancora poche le regioni italiane che, ad oggi, hanno introdotto provvedimenti sostanziali per l’erogazione dei farmaci a base di cannabis. “I volti della canapa” analizza in maniera facile ed esaustiva i primi timidi passi del cambiamento e la disomogeneità legislativa che ancora caratterizza il Bel Paese.

Il risultato è un racconto fotografico emozionante e coinvolgente, in grado di dare voce non solo alle difficoltà “burocratiche”, ma anche a realtà che possono essere di incoraggiamento, speranza e lotta per il diritto alla cura.

“I volti della canapa” è il toccante viaggio fotografico di Maria Novella De Luca attraverso gli occhi di persone comuni. Storie di persone che si vogliono bene e che lottano per loro stessi: nella legalità, al fianco di scienza e medicina.


I volti della canapa su Facebook
Il blog di Maria Novella de Luca



Il progetto Nozze di Canapa

Nozze di Canapa

Tra le migliaia di aziende che in Italia operano nel settore della canapa, gettiamo oggi uno sguardo su chi sfrutta tutti gli utilizzi possibili della canapa in un singolo indirizzo: l’organizzazione di matrimoni. Parliamo di Sabrina Roghi e del suo progetto Nozze di Canapa.

Redazione: Innanzitutto chi è Sabrina Roghi?

Sabrina Roghi: Sono una mamma titolare di un’agenzia di wedding planner (organizzatore di matrimoni) con base in Toscana ma che opera su tutto il territorio Nazionale, Isole comprese. Lavoro molto sui social e cerco di educare le persone ed i clienti per sfatare i luoghi comuni che circondano la canapa e la sua erronea associazione alle sostanze stupefacenti ed evidenziare l’immenso potenziale che ha questa pianta.

Redazione: Come hai scoperto, o riscoperto, la canapa?

Sabrina Roghi: Nel mio lavoro sono sempre alla ricerca di tessuti, oggetti o qualsivoglia spunto che possa differenziarci delle migliaia di wedding planners presenti in Italia e un giorno stavo cercando degli allestimenti, delle tovaglie, qualcosa di particolare e di molto naturale per allestire un matrimonio in Toscana e mi sono imbattuta nel corredo di mia nonna, interamente tessuto in canapa, formato da bellissimi torselli, asciugamani e tovaglie e ho avuto un’illuminazione: perché non usare la canapa al posto del lino o di altri tessuti? Nella mia attività imprenditoriale voglio parlare di legami e di quel giorno bisogna ricordare l’emozione e non soltanto la cerimonia in sé. Come tutti sanno, nei momenti importanti della vita, ognuno di noi ha i suoi piccoli riti scaramantici. Per la sposa, il giorno del matrimonio detta dei riti scaramantici popolari precisi: deve indossare qualcosa di blu, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato e qualcosa di regalato. Io ho aggiunto un ulteriore elemento: qualcosa di canapa, che rappresentasse il legame tra i due sposi. Tra l’altro i corredi si tramandavano nelle famiglie, raccontavano essi stessi una storia, legava varie generazioni l’una all’altra e il mio progetto si chiama appunto “Nozze di canapa, legati in un nodo o nell’altro” ed il simbolo è formato da una corda che descrive un cuore.

Redazione: Cos’è Nozze di Canapa?

Sabrina Roghi: Inizialmente pensavo ad un semplice uso di questi tessuti nell’allestimento interno e/o esterno di una cerimonia, poi con l’uso dei motori di ricerca si è svelato di fronte a me un mondo. Ho capito immediatamente che la canapa poteva essere la materia prima su cui costruire un matrimonio a 360 gradi, utilizzandola per i tessuti, le candele, gli allestimenti, il cibo e le bevande, la carta degli inviti e dei tableau, eccetera. Da qui a cavalcare l’onda è stato un passaggio rapidissimo, anche perché siamo un’azienda e bisogna sempre cercare idee differenzianti rispetto alla concorrenza, partendo innanzitutto dal nome, Nozze di Canapa, il tutto con uno sguardo attento alla sostenibilità ambientale. Fatti i debiti controlli per non incorrere in eventuali reati, ho approntato tutto un marchio e un’organizzazione specifica per poter lavorare in questo senso e ho contattato quindi tutti i professionisti che operano in Italia in questo campo, al di là del discorso delle infiorescenze. Il marchio è partito a Gennaio di quest’anno, diffuso anche con interviste su pubblicazioni di vari settori e su quotidiani a tiratura nazionale. Ho cominciato a frequentare le fiere di settore e il marchio rapidamente è andato all’orecchio di vari professionisti che operano nel settore della canapa, i quali collaborano con la mia agenzia per quanto riguarda i vari aspetti dell’allestimento matrimoniale, come ad esempio cuochi stellati che sperimentano alimenti a base di canapa, come Giorgio Trovato. Ovviamente Nozze di Canapa prevederà un’offerta modulare, ossia gli sposi potranno scegliere se aderire in toto o soltanto per alcuni aspetti a loro più congeniali. Ho conosciuto Raffaello D’Ambrosio, uno degli organizzatori del Salone Internazionale della Canapa, che si è tenuta a Milano il 27/28/29 Settembre scorsi, e lì abbiamo avuto il piacere di presentare ufficialmente il marchio Nozze di Canapa.

Redazione: Perché al Salone Internazionale della Canapa di Milano e in cosa è consistito questo evento nell’evento?

Sabrina Roghi: Abbiamo scelto l’Italia per la sua storica tradizione in fatto di canapa e per la qualità che caratterizzava queste coltivazioni: si pensi che a tutt’oggi le corde di un evento conosciuto in tutto il mondo come il Palio di Siena sono chiamati “canaponi”. A Milano abbiamo proposto il primo vero matrimonio di canapa, con tutta l’organizzazione specifica: abbiamo avuto gli sposi, gli officianti, cibi, bevande e quant’altro.

Redazione: E com’è andata?

Sabrina Roghi: Un grande successo! Nello specifico, abbiamo ricreato una mise en place molto elegante con porcellane di Ginori, argenteria, tovaglie in canapa e bauli con torselli ed altro materiale sempre in canapa, come ad esempio piccole saponette fornite da BioVerSi; vi era una stampa degli sposi su tela di canapa e, all’esterno, abbiamo allestito un’ambientazione simil celtica con archetti e fiori, per un rito matrimoniale a tema.
Gli sposi (veri!), Alessandro Raudino (presidente di Cannabis Cura Sicilia) e Florinda Vitale, sono stati vestiti con abiti in tessuti di canapa realizzati dall’atelier Via Maggio di Firenze; lo sposo indossava una giacca di lino e canapa bordò, scarpe in canapa e bottoniera con infiorescenza che riprendeva il bouquet della sposa, mentre quest’ultima indossava un vestito di tessuto leggero di canapa con una coroncina di infiorescenze e una lunga treccia. Piccola curiosità: a causa di un disguido con un altro atelier a poco più di una settimana dalla cerimonia, gli abito sono stati poi realizzati con tessuti in canapa del corredo di mia nonna in appena 3 giorni e con misure prese per telefono: un autentico miracolo ed un piccolo segno del destino!
Fuori, la soprano ha allietato con la sua arte tutta la cerimonia, intonando la sua canzone e creando un ambiente quasi magico che ha rapito tutti, visitatori compresi, quasi caduti in una trance collettiva, accompagnata dal suono di hang. Dopo l’officiazione della cerimonia, culminata con lo scambio degli anelli, creati con un intreccio di filo di canapa e argento, sono state proposte delle degustazioni di prodotti a tema canapa e abbiamo offerto anche una esperienza multisensoriale molto originale: tramite vari sensori posti sulle piante, si è potuto ascoltare il suono emesso dalla canapa, riuscendo persino a capire se la pianta è maschio o femmina.
Insomma, abbiamo creato a tutti gli effetti un’esperienza sensoriale, che può fare vivere ad una coppia e ai suoi ospiti dei momenti davvero unici, quasi un viaggio dentro sé stessi e, nel contempo, educato le persone a vedere le vere potenzialità della canapa e rivalutarla attraverso i tessuti, i materiali, il cibo e tutto ciò che può servire nell’allestimento di un matrimonio.
Sostenibilità, valori, tradizioni in una visione totalmente innovativa e di classe.

Redazione: Credo che tu voglia ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo, è vero?

Sabrina Roghi: Sì, la nostra è una squadra di professionisti e vorrei che alcuni di loro fossero una costante, dato il positivo rapporto collaborativo che si è creato: Matteo Mezzalira di Pubbliphoto, l’atelier Via Maggio di Firenze e Cerimonia Vocale di Cristina Verderio. Vorrei aggiungere anche dei ringraziamenti speciali per chi ha contribuito a realizzare l’evento di Milano: Adriana Fortunato, che ha fornito il tovagliato in canapa, Monica Nocco per gli arredi interni, Floral Season per gli arredi esterni, Marco Munari per l’argenteria e i decori, Nando Bambini per la realizzazione degli arredi esterni, Lorella Fanotti per i gioielli in canapa, Duo Phi Bonacci hangplayer, Ad Hempathy che con il loro prosecco Secco Sativa hanno dato il via al brindisi.

Redazione: Più in generale, cosa manca oggi all’Italia per tornare protagonista nel mercato mondiale della canapa?

Sabrina Roghi: Innanzitutto c’è bisogno che le Istituzioni non sparino a zero su questo settore ma legiferino in maniera adeguata e lo sostengano, permettendone lo sviluppo. Inoltre manca la corretta informazione e la consapevolezza: sono una donna d’affari ma anche una mamma e ogni volta che sento parlare di un grow shop lo sento identificare come un luogo di perdizione e chi ci entra come un drogato e molte persone che semplicemente vorrebbero acquistare una tisana ci pensano due volte prima di entrare in negozio. Fondamentale è stimolare la conoscenza della canapa industriale con tutte le sue innumerevoli sfaccettature, mettendo a conoscenza le persone degli utilizzi che questa pianta ha e della storia che ha avuto nel nostro Paese. A titolo esemplificativo posso raccontare un piccolo aneddoto: tempo fa, Mario Caramel (proprietario del sito Canapa e Basta) mi ha inviato dei campioni di tessuto, peraltro bellissimi, che presentano un piccolo neo: è un tessuto prodotto con materia prima proveniente dall’estero perché in Italia ancora non riusciamo a costruire una filiera 100% Made in Italy che possa rinverdire i fasti del passato. A tutt’oggi incontro delle comprensibili resistenze anche nei locali che operano nel settore dell’organizzazione di eventi: sarebbe mia intenzione di organizzare aperitivi o cene a base di canapa nei locali della riviera toscana, ma i proprietari hanno paura della cattiva pubblicità che potrebbe scaturire in caso avvenisse qualche inconveniente o finanche qualche segnalazione alle Forze dell’Ordine da parte di concorrenti. Purtroppo nel ramo delle attività ricettive la pubblicità è tutto e quella negativa non può permettersela nessuno.

Redazione: Una curiosità su Nozze di Canapa?

Sabrina Roghi: Ho scoperto dopo poco tempo che il mio marchio ha quasi lo stesso nome, “Le nozze di canapa, quando c’era del filo da torcere”, di un libro di Osvaldo Cipollone, il quale descrive gli usi e i costumi popolari avezzanesi legati a questa pianta. Lo contattai e lui fu ben felice di mandarmi il suo libro, molto interessante.

Redazione: Progetti per il futuro?

Sabrina Roghi: Ricollegandomi al discorso precedente, la mia idea sarebbe quella di organizzare una fiera a cielo aperto, non per gli addetti del settore, ma più simile ad uno street food, aiutata magari dalle autorità locali o da qualche associazione, con stand alimentari a tema, birre artigianali a base di canapa, tessuti e quant’altro, in modo da far vedere a tutti, alle persone scettiche, alle famiglie che si preoccupano dei propri figli, a chi non ha idea di cosa sia la canapa, tutto il mondo economico-produttivo che gira intorno a questa pianta. Le sinergie ed i contatti non mancano e sarebbe bello poterlo mettere in pratica, superando anche le difficoltà logistiche ed organizzative che un evento siffatto comporta. Riguardo la mia azienda, ed il mio marchio, intendo produrre dei complementi d’arredo e dei prodotti di vario tipo, tutti in canapa e derivati, da proporre ad alberghi e spa. Le coppie che si regalano un fine settimana o una vacanza più lunga potrebbero trovare prodotti a tema che idealmente consoliderebbero il legame tra la coppia stessa, scopo, peraltro, del mio lavoro. Un progetto molto ambizioso che richiede investimenti di una certa entità ma che non è esclusivamente relegato nel cassetto dei sogni. Sono ben conscia che il mio sia un progetto difficile posto in un campo minato, tuttavia mi auguro di poter lasciare qualcosa ai miei figli, perché migliorare e migliorarsi è un dovere nei nostri confronti ma soprattutto nei confronti di tutte le generazioni che ci succederanno. Citando una frase dell’ex Presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov “Quando le generazioni future giudicheranno coloro che sono venuti prima di loro sulle questioni ambientali, potranno arrivare alla conclusione che questi non sapevano: accertiamoci di non passare alla Storia come la generazione che sapeva, ma non si è preoccupata”


Sabrina Roghi, Agenzia SR W&Ep
Via A.Saffi 1
53048 Sinalunga-Bettolle (SI)

Tel 3337200572
Email: roghisabrina2@gmail.com

La coltivazione della canapa – corso, seminario, workshop

corso di formazione canapa

Come fare impresa con la coltivazione di canapa

Il ritorno alla coltivazione della canapa industriale è sancito dalla recente legge nazionale L.242/2016 e da diverse leggi regionali. La coltivazione della canapa legale è un’attività regolata che apre un nuovo scenario per gli operatori agricoli italiani con sbocchi di mercato estremamente promettenti.

L’Associazione Canapa Sociale organizza dei corsi di formazione per la coltivazione della canapa industriale tenuti da professionisti qualificati del CREA e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). L’obiettivo è preparare e guidare tutti coloro che sono interessati a sviluppare e a rendere redditizia la coltura della canapa. I corsi sono rivolti a titolari di attività agricole già sul mercato e imprenditori che intendono affacciarsi su questo comparto.

La coltivazione di canapa in sé, pur non presentando grandi difficoltà agronomiche, richiede:

– un’attenta valutazione delle conoscenze agronomiche pratiche e teoriche nei diversi contesti pedo-climatici per la definizione di un’agrotecnica, in funzione della destinazione produttiva.

– consapevolezza della scelta delle varietà che hanno la migliore capacità di adattamento e sono più idonee alla produzione di fibra e seme.

– pianificazione della coltivazione in base alle condizioni territoriali, al clima e alla destinazione di mercato.

– conoscenza della normativa esistente e dei vincoli legati alla commercializzazione di alcuni prodotti derivati.

– valutazione dei principali sbocchi di mercato per definire le operazioni di macerazione e trasformazione, necessarie per completare la filiera e ottimizzare i passaggi intermedi.

Un corso, seminario, workshop di formazione organizzato su queste tematiche, strutturato in moduli snelli con esercitazioni pratiche, calato nella realtà territoriale in cui vanno attivate le coltivazioni è sicuramente il mezzo più idoneo per un approccio corretto e consapevole alla coltivazione della canapa industriale.


Il primo corso si terrà in Sicilia

Per informazioni
e-mail: canapasociale@gmail.com
telefono: 320 245 6841 (Mariano)

Piombino, libero giovane coltivatore di canapa industriale

Libero. E’ una parola meravigliosa che ha ispirato grandi menti antiche e moderne, ma alle orecchie di Mattia Giorgi, 24enne di Piombino, deve essere sembrata come il canto degli angeli serafini.

Ma procediamo con ordine: tutto è iniziato il 17 Luglio scorso quando Mattia si è recato, come ogni giorno, ad innaffiare il suo terreno coltivato a canapa industriale, 2,5 ettari per un totale di 300 piante. Insieme a lui c’è Unai, il cane di razza amstaff che lo segue ad ogni passo e che, al minimo rumore sospetto, abbaia. Ciò è avvenuto anche quel pomeriggio, ma fuori dalla roulotte che utilizza come deposito per gli attrezzi non trova un amico venuto a fargli visita ma un agente di Polizia che, armato di pistola, gli ordina di legare il cane, pena il suo abbattimento immediato. Rimasto sorpreso per un’apparizione tanto inaspettata, Mattia chiede quale sia il motivo di una presenza delle Forze dell’Ordine nel suo terreno, non capisce cosa essi cerchino, ma la risposta non arriva.

L’ordine si ripete perentorio: legare il cane! Mattia prova a prendere Unai, per legarlo, ma non è cosa facile: il cane ha paura, e molta.

La Paura, un sentimento vecchio come il mondo che diventa in pochi lunghissimi secondi il protagonista assoluto della vicenda: Unai non si fa prendere e continua ad abbaiare mentre Mattia cerca di seguirlo per assecondare l’ordine dell’agente, sempre più inquieto. E’ in quel momento che, dietro la piccola autocisterna, compare un secondo agente, anch’esso armato. Il nervosismo dei due agenti è palese e l’ordine è chiaro: legare il cane o lo abbatteranno seduta stante, ma di motivi per la loro visita, neanche a parlarne.

La Paura, dicevamo, diventa qualcosa di diverso dalla semplice paura, palpabile come se ci si nuotasse dentro e penetra in profondità nell’organismo e nella mente. Mattia si sente in pericolo e anche Unai, quelle pistole sfoderate seppur puntate a terra atterrirebbero chiunque. In quel preciso istante, l’istinto di autoconservazione prende il sopravvento: l’occhio trova un pertugio di fuga tra i due agenti e ogni fibra muscolare si muove da sola. Mattia e Unai schizzano fuori dal terreno e cominciano una corsa forsennata tra i campi: i colpi in aria degli agenti non fanno altro che mettergli le ali ai piedi. Appena il tempo di suonare al citofono della casa dei nonni che il giovane viene placcato e sbattuto sul cancello. Le manette si stringono, fin troppo, sui polsi del ragazzo che viene portato via come fosse il peggior latitante d’Italia.

Da una perquisizione in casa di Mattia vengono trovate 6 piantine per uso personale, 9,5 grammi di marijuana che lui utilizza come medicinale per il fegato, la pelle e gli stati d’ansia e i documenti, perfettamente in regola, del terreno e delle 300 piante, con un tracciamento regolarissimo dei semi, delle foglie e delle infiorescenze, come previsto dalla normativa sulla canapa industriale, molto severa su questi aspetti.

Solo a quel punto vengono contestati reati a Mattia: detenzione, spaccio di stupefacenti e resistenza all’arresto; le 300 piante vengono fotografate, il campo posto sotto sequestro e le stesse saranno quanto prima analizzate per cercare ciò che in realtà non c’è, cioè un livello di THC superiore alla normativa vigente. A nulla servono i documenti perfettamente in regola, per Mattia scattano gli arresti domiciliari e una vita da recluso, in attesa dell’udienza preliminare.

L’udienza preliminare, laddove la Giustizia fa il suo corso, diventa una Caporetto per gli accusatori: le 300 piante sono perfettamente in regola, la documentazione ineccepibile affonda accuse troppo rapidamente lanciate, le piantine per uso personale non possono avere a tutt’oggi un livello di THC alto perché sono in fase di riposo vegetativo. Rimane la resistenza all’arresto, oltre a quei 9,5 grammi per uso personale, e anche su questo aspetto ci sarà da discutere nelle sedi opportune perché troppe sono state le lacune e gli interrogativi senza risposta.

E anche noi ci poniamo alcuni interrogativi:
– Se le Forze dell’Ordine avevano un qualsivoglia sospetto sulla regolarità dell’attività svolta da Mattia perché non sono stati messi in
moto tutti i controlli e i supplementi investigativi atti a dimostrare preventivamente l’eventuale condotta criminosa o il coinvolgimento di terzi?
– Perché l’operazione di controllo sul campo non è stata svolta seguendo precise procedure, come l’emissione di un mandato e una perquisizione svolta in condizione di sicurezza nei confronti degli agenti, con supporto di più pattuglie in modo da limitare al minimo eventuali tentativi di resistenza nei confronti della forza pubblica?
– Se, come è stato dimostrato, l’attività di Mattia risulta pienamente conforme alle leggi vigenti, perché non si è tutelato il cittadino onesto, attuando controlli amministrativi preventivi presso gli enti statali preposti?

Sembra oltremodo incredibile che un corpo di Polizia preparato e riconosciuto come tra i migliori del mondo come quello italiano
possa essere incappato in così tanti errori, peraltro marchiani, trasformando una operazione di controllo in un gran pasticcio.
Le stesse operazioni di controllo e contrasto al narcotraffico che sono peraltro benvenute sia dai canapicoltori che da tutte le associazioni di categoria.

Nel frattempo il campo risulta sotto sequestro così come le piantine che Mattia aveva in casa. La nota positiva è che, se non altro, lui e i suoi familiari potranno continuare a curare le 300 piante di canapa industriale, evitando di aggiungere danno al danno.

Tuttavia, Mattia non molla: non solo provvederà a dimostrare la sua innocenza per i reati contestatigli ma continuerà a svolgere con passione il suo lavoro di canapicoltore. Certo, a volte parla la delusione “Viene voglia di abbandonare tutto e andarsene in Spagna”, poi la grinta del 24enne esce fuori e rilancia “Con l’aiuto della mia famiglia intendo aumentare le dimensioni della coltivazione e arrivare a qualche migliaio di piante. Non intendo rimanere limitato al piccolo mercato locale delle infiorescenze, il mio obiettivo è entrare nel comparto della bioedilizia”.

Se anche voi siete stati vittime di errori e volete raccontare la vostra storia scriveteci all’indirizzo di posta elettronica canapasociale@gmail.com o inviateci un messaggio privato sulla nostra pagina Facebook lasciando un recapito.

Intervista: analisi delle motivazioni della Cassazione

Canapa Legislazione

Intervista all’Avv. Paola Bevere del Foro di Roma, esperta in diritto penale e internazionale nonché Presidente dell’Associazione Antigone Lazio.

Redazione: La pubblicazione delle motivazioni della sentenza del 30 Maggio scorso ha scatenato un fervente dibattito tra le varie correnti di pensiero riguardanti la canapa. Perché è stata emessa una sentenza che non fa chiarezza su un argomento già di per sé spinoso?

Paola Bevere: La motivazione delle Sezioni Unite riepiloga con dovizia di particolari la normativa nazionale e sovranazionale in materia di canapa ammessa per usi agricoli. Infine prende atto del fatto che l’interpretazione letterale della legge n. 242/16 consente – in modo tassativo – il commercio di solo sette categorie di prodotti derivati della canapa sativa, ai sensi dell’art. 2, comma 2 (quali: alimenti e cosmetici; semilavorati; materiale destinato al sovescio; materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o bioedilizia; materiale finalizzato alla fitodepurazione; coltivazioni dedicate alle attività didattiche e coltivazioni destinate al florivivaismo). Su quest’ultimo punto, del florivivaismo (ossia “Attività professionale di produzione e commercializzazione di fiori recisi e di piante in un complesso di serre e vivai” v. Treccani), la Corte non si pronuncia adeguatamente, perché in questo caso non specifica se la pianta (con i suoi fiori) venduta al pubblico possa avere o meno percentuali di THC tra lo 0,2 e lo 0,6% (come la pianta che viene coltivata a terra).

Redazione: I produttori e coloro che si occupano della lavorazione della canapa industriale sono fuori pericolo?

Paola Bevere: Sono assolutamente fuori pericolo perché la sentenza, alla pagina 14, ribadisce l’esclusione di responsabilità in favore dell’agricoltore, il quale anche qualora avesse campioni superiori allo 0,6%, in ogni caso sarebbe esonerato da responsabilità penale, salvo, chiaramente, il sequestro e la distruzione della coltivazione che superi lo 0,6%.

Redazione: Non crede che questa situazione di estrema discrezionalità possa generare sentenze opposte a parità di reato che creerebbero ulteriore confusione?

Paola Bevere: Il nostro ordinamento giuridico è di tipo civil law e non common law per cui le sentenze non sono un precedente vincolante. Questo determina che ogni caso giuridico sia valutato discrezionalmente dal giudice, anche perché ogni caso specifico ha le sue peculiarità. Pertanto, per quanto riguarda l’effetto drogante, ricordo che questa giurisprudenza era già consolidata in tema di coltivazione casalinga, ove è solo un consulente tecnico che può stabilire se vi è effetto drogante o meno della sostanza. Volevo aggiungere, da ultimo, che per le condotte precedenti il 30 Maggio 2019 si ritiene esclusa la colpevolezza, in quanto la precedente giurisprudenza è stata asimmetrica.

Canapa: dopo la sentenza, le motivazioni.

Canapa Legislazione

Tutto molto complicato.

L’oramai arcinota sentenza del 30 maggio scorso ha scombussolato tutto l’ambiente della commercializzazione della cannabis light, creando un clima di incertezza totale, sommata a disagi creati, loro malgrado, dalle Forze dell’Ordine, costrette ad operare in condizioni di poca chiarezza.

Ebbene, le motivazioni di tale sentenza sono ancora più complesse della sentenza stessa e le conseguenze non tarderanno a palesarsi.

Viene, innanzitutto, ribadito l’impianto del Testo Unico sugli Stupefacenti del 1990, nel quale viene ricompresa la cannabis e tutti i suoi derivati: non c’è esenzione tramite la legge 242/16 rispetto al livello di THC contenuto nella stessa.

La commercializzazione di foglie, semi, resine o infiorescenze non è consentita, indipendentemente dalla percentuale di principio attivo in essa presente: non è più il THC il fulcro della questione ma la cosiddetta “offensività”.

In pratica bisognerà, di caso in caso, stabilire se il derivato in questione ha o meno concreta efficacia drogante e regolarsi di conseguenza: qualora tale efficacia drogante non fosse dimostrata, sarebbe possibile commercializzare il prodotto senza incorrere in alcun reato.

Ciò pone i giudici di fronte ad una estrema discrezionalità oltre che ad un lavoro ciclopico; innanzitutto non c’è una regola di base per decidere inequivocabilmente se e quando porre in essere l’azione giudiziaria e in caso di incardinamento di un procedimento penale, si dovrà mettere in campo tecnici e periti di parte per controllare e confutare rispetto all’offensività del prodotto sequestrato. A parità di situazioni si potrebbero avere sentenze di carattere opposto.

A ciò è da aggiungersi anche l’evidente difficoltà in cui si troveranno a svolgere servizio le Forze dell’Ordine, costrette a muoversi in un contesto piuttosto confuso e a sequestrare materiale o prodotti in attesa che specialisti di entrambe le parti appurino l’offensività delle stesse.

Inoltre tutti coloro che avevano intrapreso l’attività o che erano stati indagati precedentemente alla sentenza, dovranno necessariamente essere oggetto di una richiesta di archiviazione, in quanto il vuoto normativo era tale da non consentire una scelta chiara.

Tutto questo arzigogolo legislativo non colpirà fortunatamente le realtà produttive ed i coltivatori diretti di canapa: essi, infatti, ricadono sotto la tutela della legge 242/16 la quale stabilisce la soglia dello 0,6% di THC, le varietà consentite e gli usi precipui cui destinare il prodotto, ossia quelli industriali ed agroindustriali.

Tutto ciò pone il legislatore di fronte ad un compito improcrastinabile: porre in essere tutti gli strumenti che rendano chiaro cosa si può e cosa non si può fare, chiarendo definitivamente tutti gli aspetti dubbi che stanno arrecando gravi difficoltà ad un settore, quello della canapa industriale, che rischia di venir menomato da una inaccettabile situazione kafkiana.

Canapa: dopo la sentenza, i fatti

canapa legislazione

In questi giorni una parte del settore della canapa industriale, in particolare quello legato ai derivati della pianta, è evidentemente sottoposto ad un attacco politico.

Nonostante la sentenza della Corte di Cassazione sulla cannabis light del 30 Maggio scorso non sia stata favorevole, esplicitando che non vi sono destinazioni d’uso conformi alla vendita di derivati e non chiarendo la soglia dell’efficacia drogante, quello che più sta minando la sopravvivenza di migliaia di negozi dedicati alle infiorescenze della canapa è soprattutto il clima politico persecutorio che agevola, in alcuni territori, sequestri illegittimi o eccessivamente pedanti.

Tenere i negozi aperti in segno di protesta è una strada che in molti stanno percorrendo, rischiando però il sequestro delle infiorescenze e un procedimento penale, quindi molti scelgono di tenere pochissimi grammi in commercio in modo da ricevere, nella migliore delle ipotesi, la sanzione amministrativa ex art. 75 TuS. Tuttavia il procedimento può portare anche a conseguenze penali non di poco conto.

Sono state varie le riunioni di legali che stanno approfondendo la materia, ma al momento permane la non chiarezza e la confusione sul da farsi; il consiglio più diffuso è mantenere un atteggiamento prudente, almeno in questa fase.

Riguardo ad una ipotetica Class Action, anche qui gli elementi a disposizione non sono favorevoli: l’azione civile non porterebbe probabilmente ad un risarcimento del danno, in quanto la normativa è sempre stata dubbia e chi ha investito nel settore ne era consapevole.
Potrebbe anche darsi che un giudice decida in favore di un risarcimento del danno proprio per questo, ma è l’ipotesi meno plausibile. Si può invece tentare di adire la Corte di Giustizia dell’Unione Europea in uno dei procedimenti penali che sono stati incardinati oppure, una volta esperite tutte le vie interne, ricorrere alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Per quanto riguarda le aziende agricole, queste possono continuare a coltivare, essendo tutelate dalla 242/16, e potranno vendere il prodotto come biomassa all’estero e probabilmente anche in Italia, essendo, quello farmaceutico, un settore pienamente riconosciuto dalla 242/16.

L’11 Giugno prossimo è indetta una manifestazione di protesta davanti al Ministero del lavoro dalle migliaia di operatori coinvolti, che rischiano di chiudere le loro attività e perdere gli investimenti fatti in questi anni.

Commercianti, coltivatori, pazienti, consumatori si troveranno uniti in questa battaglia per il riconoscimento dei derivati della canapa.

Canapa: e se la certificazione la desse lo Stato?

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Con la sentenza delle Cassazione Riunite del 30 Maggio scorso si è creato un clima di incertezza che, sommato alla disinformazione galoppante e all’assenza di conoscenze del grande pubblico, ha avuto come risultato quello di mettere in difficoltà un intero comparto industriale, più specificatamente la parte commerciale rappresentata dai rivenditori di prodotti di cannabis light, soggetti negli ultimi giorni a chiusure e controlli.

Appurato ormai il fatto che le infiorescenze, le foglie e i semi ricadono ancora sotto il TU degli stupefacenti (legge 301/90) e che il loro tasso di THC deve essere sotto lo 0,5% per non essere classificata come sostanza stupefacente, è opportuno attivare tutti gli strumenti necessari affinché questi prodotti possano essere controllati e certificati da organi competenti e poter finalmente tornare ad essere commercializzati in piena sicurezza.

L’unico modo per farlo sarebbe quello di rivolgersi ad un laboratorio specializzato che analizzi e certifichi ogni partita di infiorescenza o foglie prima che questi passino dall’agricoltore agli esercizi commerciali; è in quel preciso momento, infatti che dalla legge 242/16 si passa alla 301/90.

Tali analisi, tuttavia, sono estremamente costose e ben pochi produttori sarebbero in grado di sostenere un onere di questo tipo, ripetuto costantemente nel tempo: ricordiamo che la stragrande maggioranza di essi sono piccole e medie imprese, quasi a carattere familiare con capacità economiche limitate.

Ciò rappresenta un ostacolo insormontabile che porterebbe alla chiusura di moltissime realtà imprenditoriali, creando disoccupazione e tagliando le gambe ad un settore in piena espansione, com’è quello della canapa industriale.

Nondimeno una soluzione a portata di mano c’è: basterebbe che lo Stato mettesse a disposizione le competenze delle sue Agenzie in modo da poter effettuare tutte le migliaia di analisi necessarie, a costo ridotto e senza conflitti di interessi. Tale processo sarebbe facilitato dalla mole di laboratori delle Autorità Statali presenti su tutto il territorio Nazionale che fungerebbero da soggetto terzo, fugando tutti i dubbi e dando una via libera sicura a tutti i prodotti in commercio.

[Fonte: informatoreagrario.it]

Sentenza cannabis light: ora cosa fare?

In cannabis signo vinces

In questo momento particolarmente difficile per il settore commerciale della cannabis light e più diffusamente per tutta la filiera della canapa industriale, è doveroso restare saldi e porre l’accento su alcuni punti nodali.

Prima di tutto specifichiamo che i sequestri e le chiusure di negozi di prodotti cannabis light sono, al momento, legittime: i derivati come le infiorescenze, i semi e le foglie non sono ammessi alla libera vendita in quanto rientrano nel TU degli stupefacenti, la legge 301 del 1990.

In queste ore sono scattati controlli da parte delle Forze dell’Ordine e chiusure in tutta la Penisola: Torino, Reggio nell’Emilia, Milano, Campobasso, Caserta, Napoli mentre in molte altre città i proprietari dei negozi hanno optato per una chiusura volontaria.

In attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, è più che mai opportuna un’enorme dose di prudenza da parte di tutti i proprietari di negozi di cannabis light e, in generale, di tutta la filiera della canapa industriale: uno scontro frontale con le Istituzioni non solo sarebbe inutile ma anche fallimentare.

Un ulteriore strumento di difesa è la diversificazione del prodotto: la nostra Associazione ha più numerose volte specificato che la pianta di canapa industriale ha migliaia di possibili utilizzi, in quasi ogni ramo della tecnologia ed è quindi opportuno cogliere questo aspetto.

Se i semi non possono essere venduti così come sono è importante ricordare il loro utilizzo come materia prima per farine o mangimi; l’olio da essi derivato è la base di prodotti industriali come le vernici, gli inchiostri, i colori e i solventi, mentre le foglie e la pianta intera vengono utilizzate largamente come base per il compost o la biomassa.

La filiera della canapa industriale è poco ramificata in Italia ma è resistentissima: migliaia di ettari vengono coltivati con questa pianta, moltissime aziende, anche e soprattutto PMI, la lavorano, la commerciano e ne trasformano ogni singola parte, facendole diventare bioplastiche, carta indistruttibile, elementi di edilizia sostenibile, tessuti anallergici, carburanti; molti ricercatori italiani studiano la possibilità di bonificare l’ambiente con la canapa industriale, di sostituire il petrolio con questo vegetale straordinario.

Una singola specie di pianta sarebbe perfettamente in grado di dare lavoro a tutti coloro che un futuro, ora, ancora non ce l’hanno, portando benefici all’economia dalla Vetta d’Italia a Lampedusa, arrecando grave danno ai traffici e alla ricerca di manodopera posti in essere dalla Criminalità Organizzata.

Lo Stato ha il dovere morale di porre in essere tutte le soluzioni affinché questa antichissima, e al tempo stesso futuristica, industria possa prosperare dando il suo apporto positivo al Paese.

L’intero arco costituzionale deve fare la sua parte, scevra da ogni pregiudizio ideologico: il Parlamento Italiano, il Governo Italiano, ogni singolo Ministro della Repubblica, trasformi questa sentenza nell’incipit di una legislazione chiara che tuteli la filiera della canapa industriale, ogni suo prodotto, tutti i territori e le realtà imprenditoriali che arricchirebbero (e arricchiscono) questo Paese, non soltanto dal punto di vista meramente erariale od economico, ma anche e soprattutto da quello della civiltà e dell’innovazione.

[Foto: Lobsang Tinley | Some rights reserved]